C’è un dettaglio nella vicenda del deepfake Vannacci-Schlein che vale più di qualsiasi analisi giuridica, ed è quello che quasi nessuno sta raccontando abbastanza: come è stato montato il video, e chi lo ha montato.
Ricapitolo i fatti in poche righe. Circola un reel che mostra un presunto incontro privato tra Roberto Vannacci ed Elly Schlein, uno accanto all’altra, che ridono e chiacchierano. È falso, generato con l’AI. L’autore è il content creator Leonardo Pippa, che dichiara di averlo fatto per mostrare i rischi dell’intelligenza artificiale in politica, non per ingannare nessuno. Il reel originale dura (anzi durava, perchè è stato rimosso) oltre due minuti: i primi dieci secondi sono la clip falsa, i restanti centodieci sono la spiegazione che si tratta di un contenuto artificiale. Qualcuno, rimasto anonimo, ha tagliato via tutto tranne i primi dieci secondi e li ha rimessi in circolo senza contesto. È quella versione, ovviamente, ad aver girato per davvero. Schlein ha smentito pubblicamente, Pippa ha rimosso il video e si è scusato nelle storie del suo profilo instagram.
Sulla rilevanza penale c’è poco da aggiungere in astratto: la norma contro i deepfake esiste già dal 2025, e in questo caso specifico il problema è tutto nell’attribuzione a un anonimo, non nella mancanza di strumenti. Chiuso il capitolo legge. Quello che mi interessa è il meccanismo.
“Non me lo aspettavo”, dice chi vive di questo meccanismo
Nelle storie pubblicate dopo la rimozione, Pippa si è rivolto direttamente a Schlein: «Non sono contro di te, sono dalla tua stessa parte: i deepfake sono un rischio enorme». E ha aggiunto una frase che, letta con attenzione, dice più di tutto il resto: «Puoi spiegare per due minuti, ma se i primi dieci secondi possono vivere di vita propria, lo faranno». Ha ammesso di non aspettarselo.
Ecco, questo è il punto che mi convince davvero poco. Chi produce contenuti sui social conosce una regola che vale più di qualunque manuale di comunicazione: i primi secondi sono tutto. Si chiamano hook, sono il frammento iniziale costruito apposta per decidere se chi guarda resta o scorre via, e potremmo dire che lì si concentra il lavoro vero di chi fa video brevi. Non stiamo parlando di segreti di Stato che conoscono solo gli addetti ai lavori: è praticamente la prima cosa che impara chiunque apra un profilo Instagram con l’obiettivo di crescere. E il profilo di Pippa (@leonardo316p) non è quello di un dilettante alle prime armi: buona parte della sua produzione è costruita proprio attorno ai meccanismi dell’attenzione, del gancio, della viralità. Difficile credere che chi ci lavora ogni giorno non sapesse esattamente cosa sarebbe successo mettendo il materiale più delicato proprio nello slot che, per definizione, viaggia da solo.
E infatti non è la prima volta. Open ha documentato che lo stesso identico formato, stessa grafica iniziale, era già stato usato da Pippa in un altro reel, anche quello poi rimosso.
E non è nemmeno la prima volta che succede, in generale
Il meccanismo, oltretutto, non è nuovo nemmeno fuori dal caso specifico. A gennaio 2026 Claudio Michelizza, fondatore di Bufale.net, aveva pubblicato un video per smontare la bufala dei bambini vaccinati morti in massa: nella prima parte citava il titolo fuorviante come se lo stesse avallando, per poi smentirlo nella seconda. Qualcuno ha tagliato esattamente al punto giusto, eliminando la smentita, e il fondatore del sito di debunking più noto d’Italia si è ritrovato suo malgrado a fare da testimonial della bufala che voleva smontare.
Due casi diversi, stesso identico schema: contenuto costruito con l’elemento ingannevole davanti e la verità in coda, taglio chirurgico, la bugia che sopravvive da sola. Quando uno schema si ripete identico con autori diversi, smette di essere un incidente e diventa un format, per giunta uno che chi lavora di contenuti dovrebbe conoscere fin troppo bene.
Cosa si poteva fare, semplicemente
La soluzione, tra l’altro, non richiedeva nessuna competenza tecnica particolare: bastava un timbro visibile, tipo “DEEPFAKE” o “AI generated”, impresso sull’immagine fin dal primo fotogramma. Non in sovrimpressione dopo, non a voce dopo dieci secondi: proprio dentro l’immagine, in modo che anche il frammento estratto e ritagliato portasse con sé l’avvertenza, che nessuno potesse toglierla senza modificare visibilmente il video stesso.
Dichiarare le proprie intenzioni al minuto uno e cinquanta di un reel che la maggior parte delle persone smette di guardare al secondo dieci non è trasparenza, è un alibi verificato solo a cose fatte. È lo stesso trucco delle clausole scomode scritte in piccolo in fondo a un contratto, applicato però a un formato che si presenta come educativo.
Se l’obiettivo era davvero la sensibilizzazione, esistevano due strade semplici per raggiungerlo senza correre il rischio: il disclaimer nell’hook, oppure un timbro inamovibile dentro l’immagine. Nessuna delle due richiedeva competenze avanzate, e chi costruisce video virali per mestiere lo sa meglio di chiunque altro.
Il caso Vannacci-Schlein finirà probabilmente archiviato tra le tante storie di deepfake politici di cui si discute per una settimana e poi si dimentica. Ma il meccanismo che ha reso possibile la sua viralità resta lì, disponibile per chiunque voglia usarlo di nuovo, con o senza le migliori intenzioni del mondo.
Se vuoi davvero insegnare alle persone a riconoscere un inganno, la prima cosa che devi fare è non costruire il tuo contenuto usando le stesse leve che rendono l’inganno virale.
