C’è un esperimento mentale che vale la pena fare ogni volta che un caso giudiziario diventa un caso mediatico. Prendete la vicenda, cambiate una sola variabile, l’origine della persona coinvolta, e guardate cosa succede alle reazioni. Nel caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva dalla Cassazione lo scorso 15 luglio per l’uccisione di due rapinatori e il tentato omicidio di un terzo, l’esperimento è particolarmente utile. Perché rivela meno cose sulla legge e molte di più su come funziona oggi la produzione dell’opinione pubblica.
I fatti, in breve
Il 28 aprile 2021 la gioielleria di Roggero viene rapinata. Lui reagisce, insegue i rapinatori e spara, uccidendone due e ferendone un terzo. La Corte d’Assise di Asti lo condanna in primo grado a 17 anni per omicidio volontario plurimo e tentato omicidio. In appello, a Torino, la pena scende a 14 anni e 9 mesi. La Cassazione, pochi giorni fa, conferma tutto e rende la sentenza definitiva, respingendo la tesi della legittima difesa perché, secondo i giudici, quando Roggero ha sparato l’aggressione era già cessata: i rapinatori erano in fuga, non rappresentavano più un pericolo attuale. È proprio questo il punto tecnico su cui si è deciso il processo, l’articolo 52 del codice penale richiede che il pericolo sia presente nel momento della reazione, non prima e non dopo. Nel frattempo la moglie di Roggero ha presentato richiesta di grazia al Presidente della Repubblica, e il presidente delle Camere Penali ha già messo le mani avanti: la grazia non può diventare un quarto grado di giudizio.
Fin qui, la cronaca. Ora arriviamo al punto che mi interessa davvero, cioè cosa succede quando questa cronaca entra nella macchina dei social.
L’esperimento mentale: e se Roggero fosse stato straniero?
La domanda che che mi faccio da qualche giorno, è questa: se al posto di un settantaduenne italiano, imprenditore, vittima di rapina, ci fosse stato un cittadino extracomunitario a premere il grilletto in circostanze identiche, il dibattito pubblico sarebbe stato lo stesso?
È difficile pensarlo. Non perché la legge cambi in base al passaporto, l’articolo 52 non fa distinzioni di nazionalità, e nessun giudice lo ha mai applicato diversamente in base all’origine dell’imputato. È il framing mediatico e social a essere selettivo, non la norma. Le stesse identiche circostanze processuali, difesa non più attuale, inseguimento, colpi sparati alle spalle, vengono raccontate con toni completamente diversi a seconda di chi sta dall’altra parte della vicenda. Con Roggero il racconto dominante è quello della vittima costretta, del sistema che punisce chi si difende, dell’ingiustizia di uno Stato che abbandona i cittadini onesti. Provate a immaginare gli stessi titoli, con lo stesso impianto probatorio, se il protagonista avesse un cognome diverso e una provenienza diversa. Il registro cambierebbe da “si è difeso” a “si è fatto giustizia da solo“, e la solidarietà pubblica di piazza, le raccolte fondi, le manifestazioni davanti al negozio, difficilmente si materializzerebbero allo stesso modo.
Non è una novità, è un meccanismo già visto in altri casi di cronaca giudiziaria italiana. Cambia il colore della narrazione ma non la sostanza dei fatti.
Perché il ciclo si esaurisce sempre in due giorni
C’è, poi, un secondo livello, forse ancora più interessante del primo, ed è quello che riguarda direttamente il mestiere di chi lavora con i contenuti online. Il caso Roggero seguirà lo stesso destino di ogni altro trending topic degli ultimi anni: esploderà, occuperà i talk show e i social per qualche giorno, genererà migliaia di commenti indignati da entrambe le parti, e poi scomparirà quasi del tutto dal discorso pubblico, sostituito dal prossimo argomento capace di generare la stessa quantità di engagement.
Questo non è un dettaglio secondario, è la logica di fondo che regola cosa diventa notizia oggi e cosa no. Un tema come la legittima difesa, che meriterebbe un dibattito legislativo serio e continuativo (la norma è già stata riformata nel 2019 proprio per allargare le maglie della difesa domiciliare, con risultati giuridici discutibili), viene invece consumato come contenuto usa e getta. Si tratta di like, condivisioni, traffico verso i siti che pubblicano l’articolo giusto al momento giusto. Una volta esaurito il picco di attenzione, il tema torna nel cassetto fino al prossimo caso simile, che riaccenderà esattamente la stessa discussione, con gli stessi argomenti, come se la precedente non fosse mai avvenuta.
È un ciclo che si autoalimenta perché è economicamente conveniente per chi produce contenuti. L’indignazione performativa costa poco e rende molto, in termini di visualizzazioni, molto più di un’analisi che spieghi con calma cosa dice davvero la giurisprudenza sull’attualità del pericolo.
Il caso Roggero meriterebbe due discussioni distinte e serie: una giuridica, su dove tracciare il confine tra difesa e ritorsione, e una politica, sul senso di concedere la grazia a una condanna passata in giudicato. Invece rischia di ridursi, come già successo ad altri casi prima di lui, a un episodio consumato dai social nel giro di quarantotto ore, con le tifoserie pronte a spostarsi sull’argomento successivo.
