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No. Pubblicare la foto dei bambini annegati su Facebook non vi assolve

Settembre 2015. Il piccolo Aylan Kurdi, tre anni, viene ritrovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. La foto del suo corpicino, maglietta rossa e pantaloncini blu, fa il giro del mondo attraverso i social e i quotidiani. Doveva servire per scuotere le coscienze, bisognava pubblicarla “per dare un messaggio sull’emergenza migranti” all’Europa, una “foto-simbolo”.

Mi hanno risposto tutti cosi quando, in un post su Facebook all’epoca, mi ero lamentato della poca sensibilità e il poco rispetto verso una vita umana che non c’era più. Quando invece veniva spiattellata sui social con qualche frase strappalacrime per scatenare share, like e commenti salvo due ore dopo dimenticarsene. Tutti.

Gennaio 2017Mohammed Shohayet, 16 mesi, è annegato insieme a mamma, fratellino di tre anni e zio mentre la sua famiglia tentava la traversata del fiume Naf, confine fra lo stato di Rakhine, in Birmania, e il Bangladesh, per sfuggire alla violenza dei militari. Anche in questo caso, la sua foto è virale sui social. Stesso discorso per le foto dei bambini morti in Siria ad Aprile -sempre del 2017- dopo un attacco chimico.

Giugno 2018. Un naufragio, l’ennesimo, nel Mediterraneo causa 100 morti tra cui tre bambini. I corpi dei tre piccoli vengono fotografati e, come ormai prassi, finiscono sui social. La foto è virale così come accaduto per Aylan e Mohammed. Qualche cretino parla di fotomontaggio e c’è chi gli crede.

Cosa è cambiato?

Tre anni dopo non è cambiato nulla: le coscienze non si sono smosse, l’emergenza migranti continua ad esserci e le foto che dovevano essere “simbolo” servono solo a fare engagement sui social.

Parliamoci chiaro: non è essere insensibili, non è chiudere gli occhi su quello che sta succedendo. Ma davvero, non capisco con quale leggerezza si possa passare dal condividere i gattini, i selfie al cesso o in palestra alle foto di quei poveri bambini.

È solo una violenza gratuita, assurda e inaccettabile per chi quelle foto non vorrebbe vederle ma è costretto a vederle sui social. È pura ipocrisia.

No. Pubblicare foto di bambini morti non vi assolve: soprattutto se le utilizzate strumentalmente per gridare la vostra indignazione contro Matteo Salvini. Potete farlo anche senza. E no. Non è cosi che si scuotono le coscienze. Non su Facebook.

Qualcuno è arrivato a fare un fotomontaggio con quei tre bambini morti dietro uno dei tanti selfie provocatori di Salvini. Siamo arrivati a tanto, ormai all’orrore ci abbiamo fatto l’abitudine, non ci stupisce più nulla, addirittura ci costruiamo i meme, non ci indigna più nemmeno la mancanza di rispetto verso tre vite che non ci sono più. Ma giusto il tempo di raccattare like qua e là, poi riprendiamo con le foto delle vacanze e dei compleanni. In attesa del prossimo naufragio.

 

 

 

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